 all by me. •••• Group: the queen`Posts: 2901 Location: L.A. (CA) Status:  | |
| ´prologo uno zaino. di quelli semplici con una tasca. giusto lo spazio per quei due-tre libri che si portano per convenzione gli ultimi giorni di scuola. di quelli che li butti per terra appena rientri a casa. di quelli che ti scordi sempre dove li hai lasciati. non era nemmeno di marca, era...uno zaino. o anche sacca, borsa comune, come volete chiamarlo. un'inutile zaino che, per quanto inutile, è riuscito a capovolgere totalmente la mia vita, come dal nero al bianco.C hapter 1- Monday Mornin' -Ho sempre pensato che il sabato fosse meglio della domenica. Anche se non si direbbe per il fatto che il mio liceo rimaneva aperto. Però pensavo che la domenica non fosse un giorno così allegro, con tutti quei pensieri per il lunedì che incombeva. Il sabato era il vero clu, con un party ogni tanto, oppure il semplice pensiero che si poteva superare la mezzanotte con due film visti di seguito. Sfortunatamente per me, era un freddo lunedì di novembre, il cinque di novembre per amore della precisione. Esattamente il giorno in cui finivano le selezioni per il musical d'inverno e Sharpay mi avrebbe assillato tutto il giorno con le sue previsioni a proposito dei, come li chiama lei, prescelti. Esattamente il giorno in cui mia madre sarebbe partita per Londra, per cercare di concludere una trattativa che andava barcollando da mesi ormai. Ed io? Io mi godevo la vita senza pensare a tutte quelle banalità assurde a cui mia madre e Sharpay andavano dietro, come i vestiti, le serate, i ragazzi e cose varie. Mi alzai sbadigliando rumorosamente, mi infilai la vestaglia e scesi in cucina al piano di sotto. Accesi il televisore e iniziai a prepararmi una colazione a base di latte e waffles. Adoravo i waffles, anche se pensavo di essere la peggiore a prepararli, ma mi piacevano lo stesso e così potevo stare tranquilla finchè qualcuno non mi avesse chiesto di assaggiarli. Mi avvicinai al frigorifero e notai un biglietto attaccato con un pezzo di scotch.
Sono partita, non ho voluto svegliarti. ci sentiamo appena atterro, un bacio mamma
Grandioso, mia madre volava in Europa ed io nemmeno l'avevo salutata. Decisi di lasciar perdere e, dopo aver finito la colazione, risposi al telefono che già alle sette e mezza, iniziava a squillare. -Pronto?- -Gab! Presto corri, sono già le otto!- -Pay le selezioni iniziano alle otto e mezza, e tanto per la cronaca sono le sette e mezza.- le risposi con tutta la calma di cui ero capace alle sette e mezza del mattino. -Si ma io devo essere la prima quindi almeno mezz'ora di preparazione!- strillò lei. Avevo la netta sensazione che avesse intenzione di rompermi i timpani. -Ma quale preparazione?- chiesi non ricordando nessun tipo di preparazione oltre a quella estetica. -Ah...- sospirò -...psicologica, estetica, fisica, vocale, espressiva...- -Okay, okay, basta. Vengo subito...- -A scuola sono già di fronte al palco!- mi interruppe attaccando la cornetta. Sibilai un ciao fra me e me, quello che mi sarei dovuta meritare per una telefonata del genere alle sette e mezza di mattina. Mi trascinai in camera per cambiarmi. Scelsi un jeans blu a sigaretta con ai piedi un paio di stivali neri di cuoio a punta rotonda. Un maglione lungo fino alle ginocchia arancione e un filo di matita e lucidalabbra, presi lo zaino ed ero già fuori casa con una sciarpa di almeno due metri e un cappotto nero pesantissimo per equipaggiarmi per il Polo Nord. Entrai nella mia Audi nera, sprofondando nel comodissimo sedile in pelle e posizionando le mani sul volante. Misi in moto iniziando a sentirmi vibrare e accesi il riscaldamento. Mi avvolse un calore improvviso che presto si diffuse nell'interno di tutta l'auto. Mi chiesi dove avrei trovato la forza e la voglia di uscire da quell'auto e incontrare quel gelo all'esterno. Premetti l'acceleratore e iniziai a percorrere quelle strade newyorkesi che tanto amavo, passai davanti a Central Park superando il bar di George, forse il miglior venditore di cornetti caldi al mondo. Mi recavo lì ogni volta che non facevo colazione a casa oppure quando non facevo in tempo a farla ed ero costretta a mangiarmi un cornetto in classe di nascosto. Raggiunsi la New York Private School e mi affrettai verso la sala del Drama Club. Aprii le grandi porte spingendone una verso l'interno e mi ritrovai tra le sedie di un grande teatro ancora non del tutto allestito. Al centro c'era un albero di Natale ancora non addobbato e quà e là pendevano lustrini e ghirlande ancora da perfezionare e posizionare bene. -Gab! Finalmente!- Sharpay mi raggiunse correndo già truccata ma non ancora vestita col costume di scena. -Ehi, Pay.- -Allora, la Darbus ha anticipato il tutto di mezz'ora quindi abbiamo solo un quarto d'ora!- disse con voce sempre più stridula. La stava prendendo troppo seriamente ma se glielo avessi detto mi avrebbe sicuramente risposto che non era vero e che da tutto ciò dipendeva la sua vita e il suo successo. -Dai, siediti qui,- mi prese per un braccio e mi fece sedere su una delle postazioni in prima fila -ed io ti farò la parte di Colette dopo essermi vestita, aspettami qui.- Senza quasi nemmeno finire la frase si precipitò nei camerini lasciandomi sola nel teatro con Kelsie sul palco al pianoforte che finiva di arrangiare gli ultimi atti. Sentii le porte aprirsi e mi voltai intravedendo infondo a tutto un ragazzo che ceracava goffamente di tenere in mano una mole assurda di fogli e cartelle e di far pendere su due dita tre bizzarri cappelli. Tutto ciò nel disperato tentativo di tenere aperta la porta. Era Ryan. Col suo stile inconfondibile, da ottimo coreografo e simpaticissimo ragazzo. I capelli biondissimi e corti erano coperti dl quarto cappello verde e giallo e l'aria stanca si riusciva a percepire anche dal mio posto. Quando mi vide accelerò il passo e si sedette accanto a me. -Ciao Gabriella! Che ci fai qui a quest'ora?- domandò lui sistemando tutte le carte che aveva in mano. -Bah, sopporto Sharpay- risposi ironicamente. -Ah come ti capisco- Fece una risatina e tornò ai suoi fogli. -E tu? Hai un'aria distrutta- -Oh! Sono stato tutta la notte a preparare la coreografia a Sharpay e ho finito più o meno alle tre- -Vedrai, verrai ripagato. Sono convinta che vi prenderanno!- -Grazie, lo spero davvero. Ora devo proprio scappare oppure questa sarà l'ultima volta che mi vedrai!- Mi scoccò un bacio sulla guancia e corse verso i camerini. Riuscivo a sentire quella pazza di Pay che gli urlava contro cose tipo "Alla buonora!" oppure "Ma quanto ci hai messo? E' tardissimo!". Ero sinceramente convinta che li avrebbero accettati per i ruoli di Colette e Patrick, per il loro straordinario talento che nessuno aveva mai osato mettere in dubbio. Mi sistemai sulla poltrona e vidi la professoressa Darbus entrare nella sala seguita da un'alra decina di ragazzi, pronta per decretare i protagonisti di questo musical invernale.C hapter 2- Remembering -Rimasi in quella sala per almeno due ore. Due interminabili ore a pensare a quanto il mio sedere avesse potuto assumere la forma di un quadrato schiacciato. Quelle sedie erano scomodissime anche se all'apparenza non ne davano la minima impressione. Sharpay e Ryan camminavano accanto a me lungo il corridoio al secondo piano, eravamo diretti verso l'aula di chimica, una delle poche lezioni che avevamo in comune nell'orario. -Ryan, devo ammetterlo, la terza coreografia era davvero meravigliosa...- -Wow, Gab sei testimone di quest'evento irripetibile: un complimento fattomi da Sharpay in persona!- rispose Ryan ironicamente. -Hai ragione. Pay, sei sicura di stare bene?- dissi accodandomi a Ryan. Scoppiammo a ridere mentre Sharpay cercava di difendersi. -Ah-ah, molto divertente. Guardate che io so ammettere quando qualcosa mi piace davvero- Io e Ryan ci scambiammo un'occhiata complice e decisi di non ribattere all'affermazione della reginetta del Drama Club. -E, cambiando completamente discorso, devo dirti una cosa!- disse Pay riferendosi a me elanciando un'occhiataccia a Ryan. Il biondino capì al volo e ci lasciò sole, accelerando il passo verso l'aula di chimica. -Hai presente Bolton?- chiese enfatizzando molto il nome Bolton. -Come non averlo presente?- -Beh, è tornato dall'Italia e mi ha chiesto di uscire!- esclamò alzando il tono della voce di almeno quattro ottave. Mi fermai di colpo sentento il cuore che iniziava ad accelerare il battito di circa dieci volte. Quasi tutto il corridoio si girò a guardarci. Esattamente la situazione che detestavo di più. Li ignorammo e ben presto tornarono a farsi gli affari loro. -Ah! Ma è fantastico!- si certo. Verissimo. In realtà me ne importava ben poco dato che l'universo Bolton e tutto ciò che lo riguardava non aveva nulla a che fare con me e viceversa. Anzi, non potevo credere che fosse tornato. -Oh, e dai Gab. Ti conosco. Perchè non sei felice?- Ecco, lo sapevo, mi aveva scoperta. Come sempre, d'altronde. Ormai ci conoscevamo troppo bene perchè potessi ancora mentirle, ma, nonostante ciò, continuavo a farlo. -Pay, lo sai bene che Bolton e tutto ciò che sia mai legato a questo nome non è affar mio- -Infatti, è mio- -Si ma...ah. Non è questo il punto. E' che ora tu inizierai ad uscire con lui e tutta la combriccola e...- -Ma verrai anche tu!- -Ecco il punto. Io non voglio venire con loro- risposi fermamente. -Okay, ho afferrato. Solo una domanda, perchè tutta questa ostilità verso di loro, ma soprattutto verso di lui?- Sapevo che un giorno mel'avrebbe chiesto. Ero sempre stata chiara su ciò. -E' una vecchia storia...ma ora andiamo che si è fatto tardi!- cambiai discorso accorgendomi, però, di averla lasciata pensierosa. Non era finita lì e questo lo sapevo, ma per il momento non volevo raccontare niente. Sarebbe stato difficile visto che Bolton condivideva il nostro stesso corso. Fortunatamente siedeva all'ultimo banco in fondo a destra esattamente l'opposto di me. Non riuscivo a mandare giù il fatto che fosse tornato. L'ultima volta che l'avevo visto e l'ultima volta che ci siamo scambiati delle parole era stato chiaro su questo punto... -Andrò a Firenze da mio nonno. Non preoccuparti, non avrai più il piacere di incontrarmi- --- Entrai in classe salutando il professor Richardson. Le finestre chiuse non lasciavano entrare un filo d'aria, ma si doveva scegliere: il gelo dei primi di novembre oppure un bel calduccio ristoratore? Di sicuro la prima. Camminai verso il mio banco e mi sedetti aprendo il libro di chimica alla pagina indicata dal professore. La curiosità era incredibilmente forte. La voglia di vederlo, di nuovo. Avevo giurato a me stessa di non cedere. Ero curiosa di vedere com'era, se era cambiato, se aveva ancora lo stesso sorriso, gli stessi capelli, lo stesso ciuffo sugli occhi, le stesse braccia muscolose e forti, la stessa corporatura palestrata, la stessa voce, lo stesso sguardo, le stesse labbra, lo stesso viso, le stesse mani. Una parte di me, voleva tutto questo. Sfortunatamente l'altra parte di me era più forte. Quella che non voleva saperne più niente, quella stanca di lui, quella che già lo conosceva, quella che già ci era caduta. Sospirai combattendo contro la voglia di girarmi e guardarlo. Vedere se anche lui si sarebbe girato a guardarmi e se mi avrebbe sorriso. E se poi si fosse alzato come la prima volta...
-Benvenuti nell'aula di chimica! Voi siete del primo anno, perciò lasciate che vi mostri come si articola questa stanza favolosa...- Il professor non-mi-ricordo-come-si-chiama iniziò a farneticare sciocchezze sulla chimica e su questo "tempio della chimica" in cui eravamo appena entrati, la classe in due parole. Non avevo voglia di ascoltarlo. Per fortuna ero in fondo a tutto coperta da almeno otto ragazzi del primo anno come me. Mi guardai intorno curiosa della nuova scuola e di tutte le novità a cui sarei andata incontro. Tutte facce nuove intorno a me. Soffermai lo sguardo su di un un ragazzo che mi fissava da ormai un bel pezzo. Era davvero un bel ragazzo, dovevo ammettere. Gli occhi azzurri erano il vero clu, per non parlare del fisico e del viso in generale. Uno sguardo intenso che non esitai a ricambiare. Mi sorrise mostrando una dentatura perfetta, lasciandomi senza parole. Era bellissimo. Mi sentii il cuore a mille e percepii il rossore sulle mie guance. Non sapevo che fare. Erano ormai due minuti che ci fissavamo. Finchè il ragazzo distolse lo sguardo da me per guardarsi intorno furtivamente. Poi si alzò dal suo banco e corse di soppiatto verso di me sedendosi sulla sedia vuota. -Ciao- disse, con una voce calda e sensuale -Sono Troy, Troy Bolton- Allungò la mano verso di me aspettandosi che gliela stringessi e che gli dicessi il mio nome. Io ero in uno stato di trans totale. Completamente incapace di intendere e di volere. Incapace di movimenti e parole sensate. -Ehm...- balbettai -G.Gabriella Montez- Gli strinsi la mano e lui mi sorrise di nuovo, facendo sì che il mio povero cuore riprendesse la corsa assurda di prima.
No, non avrei ceduto. Non potevo. Altrimenti gliel'avrei data vinta. Tenni la testa china sul banco fingendo di fissare il libro. Dentro di me si apriva un fronte di guerra tra le due parti di me. Lentamente il ricordo del primo giorno di scuola di quattro anni fa si fece strada dentro la mia mente fino a tornare a galla. Lo vedevo nitido come fosse accaduto solo pochi minuti fa. Ma allora ero stupida ed ingenua.
(♥) meet me on the moon tonight. love you ( folio - zv - hq - bbv) |